LA SAGGEZZA DEL CORPO

Siamo abituati a muoverci verso un fine, a muoverci per ottenere un risultato fisico o psicologico, a muoverci come ci hanno insegnato da piccoli. Tutti i giorni mettiamo in atto una serie di movimenti automatici, stereotipati, ripetitivi e lo facciamo senza neanche accorgercene; siamo abituati a inibire alcuni movimenti o gesti perché poco educati o, al contrario, a enfatizzarne altri perché socialmente desiderabili: in altre parole siamo abituati a muoverci facendo decidere alla nostra TESTA come il nostro corpo debba muoversi. Ne deriva un movimento per lo più appreso, meccanico, razionale e prevedibile nel quale la soggettività, l’autenticità e la creatività vengono sepolte dal “dover essere”. Facciamo entrare il corpo nello spazio precostituito, lo “portiamo a spasso”, lo vestiamo a seconda dell’ambiente che deve riempire, lo usiamo per i nostri scopi come se fosse un abito o un attrezzo, senza pensare che anche il corpo è di per sé uno spazio, che è anch’esso un setting nel quale avvengono infinite esperienze sensoriali che a loro volta generano esperienze riflessive. Il corpo definisce i confini, lascia trapelare le informazioni sulla nostra personalità, dice al mondo chi siamo, di cosa abbiamo paura, che cosa cerchiamo di compensare o nascondere, chi siamo stati e chi vogliamo diventare: ogni gesto, ogni movimento così come ogni non-movimento, al pari del silenzio, rivela qualcosa di noi. Il corpo, quindi, non solo può entrare nel setting terapeutico ma è lui stesso setting della nostra identità in trasformazione.

Mazzarino, C.M., Simonelli, B. (2014), Danzaterapia: il corpo nel setting, il corpo come setting. Rivista di Psicologia Individuale, n. 75