RUBRICA DELLA QUARANTENA, capitolo 1: l’importanza della routine

LO SPAZIO TRA IL FISICO E IL SIMBOLICO

Questi giorni di convivenza e di reclusione forzate stanno rendendo evidente quanto sia importante per ciascuno di noi avere un proprio spazio e un proprio tempo e di poter deliberatamente scegliere quando entrarvi e quando uscirne. Abbiamo bisogno di uno spazio vitale per sentirci protetti ma allo stesso tempo liberi di poter esplorare lo spazio intorno a noi e usarlo per i nostri bisogni. Abbiamo bisogno di “stare con” e di stare soli, di stare dentro e di stare fuori, di stare vicini e di stare lontani. In condizioni “normali” le nostre giornate sono scandite dal continuo entrare e uscire da uno spazio e questo movimento è assolutamente automatico e scontato. Nella vita “normale” il nostro spazio non sono solo le mura domestiche ma tutti quei luoghi da cui entriamo e usciamo in continuazione per svolgere le nostre attività quotidiane: la casa (con le diverse stanze, ciascuna con la propria funzione), la macchina, i mezzi pubblici, le biciclette, gli uffici, i negozi, la casa dei nostri amici/parenti, il luogo di lavoro, le scuole, gli ospedali e così via. Tuttavia, se ci fermiamo a riflettere, associato e anche determinato da questo movimento fisico vi è l’alternarsi di stati mentali diversi: quando mi sveglio al mattino in casa mia mi trovo in un determinato stato mentale; uscendo e accompagnando i bambini a scuola mi preparo a entrare in un altro stato mentale che cambierà non appena avrò chiuso alle mie spalle la porta della scuola e sarò entrata in macchina per recarmi al lavoro dove entrerò in uno stato mentale ancora diverso; quando avrò finito la mia giornata lavorativa e salirò in macchina per tornare a casa il mio stato mentale cambierà nuovamente, e così via. Ogni luogo e ogni tempo ha un proprio stato mentale, assolutamente unico, soggettivo e mutevole. E la nostra giornata è costellata da un alternarsi di luoghi e tempi, sia fisici che mentali. Questo accade, appunto, in una vita “normale” in cui possiamo essere, in diversi luoghi e in diversi tempi.

Ma cosa succede quando non possiamo uscire di casa e cambiare luogo fisico? Cioè, cosa accade se di colpo, improvvisamente, ci viene tolta la possibilità di effettuare questi spostamenti fisici e mentali del tutto automatici, famigliari e quotidiani? Perché non è che la reclusione forzata di per sé azzeri gli stati mentali e il bisogno umano di “muoversi”, anche mentalmente ed emotivamente, tra un luogo (anche se immaginato) e l’altro. Anzi. Succede, piuttosto, che il bisogno di “muoversi”, che prima era assolutamente automatico e inconsapevole, proprio perché negato (da una legge) balzi alla coscienza e si renda assolutamente urgente e indispensabile. Ma non possiamo farlo perché c’è un divieto di uscire di casa e spostarsi. E quindi? Trasgrediamo la legge? Oppure stiamo alle regole ma impazziamo dentro le nostre case che, per molti, diventano delle vere e proprie galere? Tentiamo una terza strada e proviamo a prendere in considerazione il simbolico. Cioè: non ci sono più impegni esterni che dettino le regole e i tempi delle varie attività e quindi sembra che le giornate siano tutte uguali e fuori controllo? Abbiamo perso la nostra routine che, seppur faticosa, riempiva la nostra vita e la conteneva? Proviamo a creare noi una routine (indispensabile per i bambini!), seppur diversa dalla solita e magari più flessibile. Proviamo a scandire le giornate con attività che ci stimolino a cambiare sia luogo fisico (qualche attività la faremo in salotto, qualche altra in camera da letto, altre in cucina o in bagno) che stato mentale (un’ora saremo mamme o papà, un’altra saremo professionisti impegnati in videochiamate, un’altra saremo atleti alle prese con le flessioni o yogi intenti a meditare o cuochi più o meno improvvisati; un’altra saremo figli, amici, vicini di casa, e così via). Diamo vita a dei rituali che scandiscano questo movimento di ingresso e di uscita, seppur simbolico. Definire degli orari, per esempio, ha la funzione di stabilire un “prima”, un “durante” e un “dopo” e di stabilire ruoli diversi da assumere durante la giornata, il che ci riporta a sperimentare la condizione, a noi assolutamente famigliare, di entrare e uscire dalle attività e dagli stati mentali ad esse associati. Sapere che dalle x alle y si fa quello, poi si smette e si cambia e si passa fare quell’altra cosa ci permette di sentire di “muoverci” mentalmente e ci permette di riconoscere e distinguere una giornata dall’altra. In più, nel caso di convivenza con i figli, stabilire un’alternanza tra i genitori nella cura dei figli è fondamentale, anche nel caso in cui lavori solo uno dei due genitori: colui che lavora pianifica il suo orario di lavoro all’inizio della giornata ritagliandosi degli spazi da dedicare ai figli, dando la possibilità all’altro genitore di staccare e fare altro. Anche fosse solo per 30 minuti al giorno è indispensabile sia per colui che lavora che entra “al lavoro” ed esce a una certa ora, sia per colui che non lavora che in questo modo esce dalla funzione di cura e si prende del tempo per se stesso; sia per i figli che alternano, come sono soliti fare nella vita “normale”, il tempo con la mamma e il tempo con il papà o con gli altri adulti significativi.

Determinare una routine, anche solo simbolica, non vuole dire di per sé essere rigidi o poco creativi, anzi: la routine riempie e contiene e proprio grazie a questo permette alla mente di muoversi, anche liberamente, in uno “spazio” protetto. La routine la si può trasgredire, la si può modificare, cambiare e anche stravolgere, se necessario. Permette di liberarsene e uscirne proprio perché stabilisce un dentro e un fuori, un prima e un dopo. In altre parole, la struttura crea il confine (tra me e l’Altro, tra me e un compito, tra il dentro e il fuori) e contiene l’emotività.

Questo mi pare vero sempre, a maggior ragione lo è nel caso in cui non c’è stata data la possibilità di abituarci a rinunciare alla vecchia routine per crearne gradualmente una nuova. Di colpo, dalla mattina alla sera (quasi) ci siamo trovati a far saltare le vecchie abitudini e ad adattarci a una vita completamente nuova. E stare a casa rischia di diventare occasione per adagiarsi alla mancanza di regole e di struttura che fa sì che un giorno valga l’altro e che ci si senta persi. Il che, se da un lato può essere temporaneamente piacevole o rilassante (come lo sono le vacanze), alla lunga può destabilizzare, soprattutto se si deve continuare a lavorare da casa e contemporaneamente occuparsi dei figli.

Quindi, per riassumere e concludere questo primo aspetto, sottolineo l’importanza di creare una struttura e definire una routine che ci permetta di continuare a “muoverci” e di “entrare” e “uscire” pur stando fermi.

E per concludere con un sorriso: uno dei tanti video che mi sono arrivati tramite i social in queste settimane che mi ha fatto tanto ridere è quello della donna che, vestita con la giacca, si spruzza il profumo e risponde all’amica, che le chiede cosa stia facendo, “vado a fare un giro in cucina”. Ho riso tantissimo e ho pensato che quel video dice con ironia in 30 secondi quello che ho scritto in 1203 parole.