RUBRICA DELLA QUARANTENA, capitolo 2: il potere delle parole

Un pensiero va alle parole che abbiamo scelto per raccontarci la situazione che stiamo vivendo e non posso fare a meno di riflettere sul fatto che la scelta del linguaggio con cui narriamo la realtà abbia un enorme impatto sulla nostra percezione ed elaborazione della stessa.

In questi giorni abbiamo sentito parlare di guerra, di nemico, di eroi, di esercito, di lanciafiamme, di denunce, di carcere. La guerra evoca ostilità, il nemico l’odio, gli eroi l’idealizzazione, l’esercito la forza, le denunce l’accusa, il carcere il reato, il lanciafiamme la violenza.

Ma siamo proprio sicuri che una pandemia sia una guerra? Perché questa prospettiva implica un’attivazione emotiva molto precisa connotata dalla paura, dal terrore, dall’odio e dal bisogno di salvarsi la pelle a qualunque costo. Se la pandemia è una guerra è un attacco violento di qualcuno su qualcun altro. È l’espressione della malignità dell’essere umano che cavalca la violenza perché non è capace di integrare le proprie parti e, di conseguenza, di accettare l’alterità che non può fare a meno di uccidere, pena la propria sopravvivenza psichica. Se è guerra siamo tutti contro tutti, a “giocarci” la vita, abbandonandoci alla rabbia estrema nei confronti di qualcosa contro cui sentiamo di dover combattere.

Se la pandemia è una malattia è un’infezione, terribilmente contagiosa, per ora ancora troppo sconosciuta e quindi fuori controllo, che genera paura e preoccupazione e che sollecita la responsabilità civile per evitare che degeneri. Se è una malattia implica il confronto con la morte che è tristezza, in fondo a tutto. Non rabbia, non odio, non violenza: tristezza, nostalgia, paura. Emozioni queste che richiamano affetto, unione, intimità, rassicurazione, vicinanza, riflessione, raccoglimento.
Se è malattia dà anche la possibilità di sottrarvisi perché si tratta di un tipo di infezione che si trasmette attraverso il contagio che viene evitato attraverso la mancanza del contatto interpersonale. Quindi dà speranza, sì, di poterla evitare semplicemente mettendosi al sicuro, stando il più possibile chiusi nelle proprie case e lontani dagli altri. Chi in questi giorni dà le regole e impone i no, sicuramente dolorosi, frustranti e faticosi, sta semplicemente svolgendo la funzione materna, sta facendo la mamma sufficientemente buona che dice ai suoi figli di non esporsi al pericolo e che usa la fermezza e la rigorosità per guidarli e insegnare loro la strada da seguire per il loro bene. La ribellione e la violazione delle regole suonano come opposizione adolescenziale di chi non accetta i no della mamma perché non riesce a comprendere che sono per il proprio bene (e per il bene comune). La fermezza della mamma è chiarezza, guida, contenimento e rassicurazione per il bambino che altrimenti vagherebbe insicuro e indifeso in un mondo pieno di insidie.
Non siamo bloccati in casa ma siamo protetti dalle nostre case. Non ci sono divieti ma prescrizioni (mediche) per la nostra salute. La sostituzione di questi termini non cambia forse la prospettiva?
Se la pandemia è una malattia, per quanto faticosa e dolorosa, è affrontabile e, per molti, superabile senza uccidere nessuno ed essere costretti a brutalizzarsi per sopravvivere. Anzi. Possiamo continuare ad amare, a sognare, a cum-patire, ad aiutare, a creare, a concepire, a stare con l’Altro, a immaginare, a generare, a narrare, ad ascoltare, a comprendere perché non siamo impegnati a lottare contro qualcuno ma a collaborare per un fine comune, il nostro benessere. Possiamo continuare a essere umani: non eroi idealizzati lontani e diversi dai comuni mortali ma uomini che restano tali mostrando tutto l’eroismo e la sacralità propri dell’umanità. Siamo tutti eroi perché siamo umani, perché ci proviamo, perché ci inventiamo qualsiasi cosa per alleviare la fatica e la sofferenza di adattarci a una situazione completamente nuova; perché, pur nei drammi personali, ci mettiamo al servizio della comunità, perché tendiamo la mano al vicino, perché accettiamo la restrizione non solo per il nostro bene ma anche per il bene comune. Perché ci prendiamo cura di noi stessi e dei nostri famigliari pur masticando ansia e preoccupazione. È eroico in quanto umano chi lotta nella propria solitudine, chi condivide con la comunità sorrisi, competenze, interessi e saperi e in questo modo, anche a distanza, allevia le fatiche di altri. Lo è chi, pur provandoci, non regge il peso del dolore e cade. Sono eroici i medici e gli infermieri capaci di restare umani davanti all’angoscia della morte e di prendersi cura di noi rischiando la vita.
Gran bella consolazione, si. Non so voi, ma io mentre lo scrivo tiro un sospiro di sollievo.Si, credo che scegliere questa prospettiva sia più incoraggiante, seppur non elimini ovviamente la tristezza, la preoccupazione, la nostalgia, la solitudine e la vulnerabilità che sono inevitabili perché intrinsecamente legate alla perdita non solo di vite umane ma di lavori, di possibilità, di abitudini. Ma la tristezza è anche possibilità di profondità, di ripensamento, di rinascita. La tristezza ci riporta a noi stessi, alla nostra ferita e ci abbraccia, nelle lacrime. Ci dà la mano e ci incoraggia a riprendere il cammino. Non è aggressiva come lo è l’odio. La tristezza aspetta, silenziosamente, che ci si sieda a fianco a lei per parlarci a voce bassa, ascoltarci e guardarci dentro. La tristezza e la paura evocano l’abbraccio. Non è così? Quando vediamo qualcuno triste o spaventato ci si stringe il cuore e vorremmo abbracciarlo, no? Ecco. Questa è la pandemia: è tristezza e paura che invitano all’abbraccio. E io sinceramente due nemici in guerra che desiderano abbracciarsi non li ho mai visti.

Tutto questo per dire che le parole con cui scegliamo di descrivere e narrare la realtà determinano la vita emotiva nostra e dei nostri interlocutori che spesso sono bambini. È una catena: dal modo in cui concepiamo le cose dipende il modo in cui le percepiamo; dal modo in cui le percepiamo dipende il modo in cui le viviamo concretamente ed emotivamente; e dal modo in cui le viviamo noi adulti dipende il modo in cui le vivono i nostri bambini. Quindi se vogliamo tutelarli dall’angoscia della violenza possiamo incominciare a narrare loro una storia diversa dove il linguaggio bellico non trovi carta su cui scrivere, almeno non nel caso di questa malattia.
La mia speranza è che anche chi ha il compito di narrare agli adulti la pandemia si affidi alle sue parole senza dover scomodare termini che da questa, e quindi dalla speranza che essa promette, sono distanti molto più di un metro.