RUBRICA DELLA QUARANTENA, capitolo 4: i nodi che vengono al pettine

Nel capitolo precedente ho pensato ai verbi con i quali riempiamo questo tempo, ciascuno a modo suo. “Ciascuno a suo modo” significa che ognuno di noi, per la propria storia, per la propria personalità e per l’ambiente in cui vive, abita il tempo come può, animandolo di emozioni e vissuti unici e soggettivi. Per questo, per esempio, lo “stare” sarà per ciascuno diverso: c’è chi non farà nessuna fatica, anzi, si metterà comodo e si godrà la pace di quella condizione e ci sarà chi, al contrario, scalpiterà e non riuscirà a stare fermo.  Nel primo caso lo stare sarà piacevole, nell’altro sarà penoso; nel primo il vissuto prevalente sarà la serenità, nel secondo sarà ansia/irrequietezza/inquietudine. Questo per dire che ciascuno si porta dentro un mondo che determina il modo in cui approccia la vita che varia, a volte in maniera estrema, da quello dell’Altro. “Ma come fai a stare tranquillo in questa situazione?” chiediamo increduli al nostro interlocutore, oppure al contrario “Ma cos’è che ti agita tanto? Stai tranquillo!”: questo capita perché è diverso il mondo interno, cambiano le reazioni soggettive alle situazioni e le strategie per farvi fronte. E queste cambiano perché è diversa la nostra storia ed è diverso il modo in cui funziona la nostra mente. In sintesi: siamo diversi.

Nella vita “normale” (come dicevo nel primo capitolo a proposito dell’ingresso e dell’uscita dallo “spazio”, anche psichico) abbiamo modo di ascoltarci e di riconoscere le emozioni e abbiamo anche la possibilità, se vogliamo, di evitarle, eluderle, spostarle perché la vita esterna ci dà la possibilità di distrarci facilmente. A volte anche nella vita “normale” è difficile scansarle perché talvolta sono talmente irruenti e forti che non ci lasciano possibilità di scampo nemmeno in piena libertà. Ciò che è certo, però, è che in condizioni di restrizione e di reclusione, la possibilità di scappare dalle emozioni che non ci piacciono è più limitata: siamo più esposti a provarne (perché possono aumentare le tensioni, la frustrazione e i conflitti, almeno quelli domestici) e allo stesso tempo siamo meno liberi di evitarle. È un po’ come se non ci dessero tregua. Ogni momento diventa occasione per provare un’emozione e doverla gestire, senza potersi distrarre. Se nella vita “normale”, quando una persona ci fa arrabbiare, possiamo uscire dalla stanza rimandando la discussione, oppure possiamo uscire per sfogarci con una terza persona, oppure possiamo semplicemente cambiare pensieri esponendoci ad altri stimoli (cinema, mostra, concerto, sport, shopping, etc), quando siamo chiusi in casa questo è più difficile. Certo, possiamo comunque cambiare stanza sbattendo la porta (per chi ha case con le porte!) o accendere la TV alzando al massimo il volume fino a coprire la voce fastidiosa dell’interlocutore ma la possibilità di uscire realmente da quell’emozione può essere più difficile. I tempi di smaltimento possono essere più lunghi e la possibilità di ricadere in certe emozioni subito dopo esserne usciti può essere concreta. Stessa cosa vale per la tristezza. Stessa cosa vale per la paura.

Detta in altre parole, nella vita “normale” la possibilità di guardare “fuori” favorisce, oltre agli stimoli preziosi e necessari all’apertura e al confronto, anche, talvolta, la possibilità di eludere il mondo interno. A volte non sentiamo neanche tanto il bisogno di guardarci dentro, presi come siamo dagli affanni della vita quotidiana. Corriamo dodici ore al giorno, rispondiamo a centinaia di mail, ascoltiamo decine e decine di storie, ci prendiamo cura di noi, dei nostri coniugi, dei nostri figli, dei nostri animali domestici, delle nostre case, dei nostri genitori e parenti lavorando mentre cuciniamo mentre facciamo la spesa mentre scorriamo le pagine dei social per intrattenerci “perché abbiamo bisogno di svagarci” mentre facciamo i compiti con i bambini. In queste giornate spazio per l’ascolto del mondo interno, se c’è, è molto limitato. È ovvio, come potrebbe essere altrimenti? E non è che il mondo interno, solo perché siamo completamente estroflessi (rivolti all’esterno) sparisca: c’è, rimane, ma il più delle volte inascoltato. E non avendo molta famigliarità con ciò che siamo e proviamo “dentro”, non appena ci capita qualcosa che ci obbliga con più forza a sentire le nostre emozioni, cerchiamo qualcosa che ci permetta di spostarci da lì. E quando proprio non riusciamo a evitarle queste emozioni, non sapendole gestire, ne veniamo sopraffatti.

Dal giorno alla notte, a causa dell’emergenza sanitaria, è stata invertita di colpo la rotta: dall’essere sempre fuori siamo passati all’impossibilità di uscire. Non che questo, in certi casi, ci sia bastato per trovare spazio per “fare vuoto” e per pensarsi, anzi: ci siamo inventati qualsiasi attività per adattarci alla nuova situazione, abbiamo chiamato a rapporto tutta la nostra creatività pur di riempire il nostro tempo, renderlo “utile” e “produttivo”, pur di non stare fermi e di sentire quel vuoto che, anche se spaventoso o semplicemente noioso, a volte, rende inevitabile l’incontro con l’interno. Dallo smart working (che in questo momento di smart ha solo il nome) alla cucina; dal pilates on line ai tutorial delle ennemila attività da fare con i più piccoli; dallo yoga ai webinar di qualsiasi tipo. Dalla coltivazione dei lieviti madre alle videochiamate; dai libri, ai film, alle gallerie d’arte virtuali; dai “work out” in corridoio alle dirette su Instagram la nostra vita è comunque pienissima. Talmente piena da arrivare alla sera con i muscoli rotti e la testa stanca. E il tempo vola. Vola perché voliamo nel vero senso della parola da un’attività all’altra senza tregua. E questo sicuramente è utile per velocizzare il tempo, per continuare a sentirsi attivi, per non pensare alla durata di questa situazione e per non patire troppo l’incertezza del futuro. Certo, tutto utilissimo e nobilissimo. Ma il mondo interno? C’è, eccome se c’è, e anche lui non ci dà tregua perché non è che si possa mettere la “centralina” emotiva in stand by fino a fine quarantena. Altroché! Mentre facciamo le nostre svariate e più o meno divertenti attività il nostro mondo emotivo continua e essere sollecitato da ciò che viviamo: continuiamo a emozionarci, anche se a volte non abbiamo tempo di elaborare quelle emozioni e magari non ci accorgiamo neanche di provarle.  Anche in quarantena (o proprio perché in quarantena) ci saranno cose che ci faranno arrabbiare, cose che ci rattristeranno, cose che ci spaventeranno anche se non abbiamo tempo o modo di occuparcene. E tutto ciò che viviamo, ma che trascuriamo, ce lo portiamo dietro nell’ora successiva, nella giornata successiva, nella litigata successiva. Il rischio è che le giornate diventino un accumulo di cose non ascoltate e lasciate lì, come se potessero scomparire alla prima folata di vento. E invece restano e prima o poi urlano, imponendoci di fermarci ad ascoltarle. Per questo dico che, per quanto si possa cercare di scappare dalle emozioni, essendo alle strette durante la quarantena è più probabile che, prima o poi, anche se in coda ai rinfreschi della pasta madre e alle videochiamate quotidiane, con il mondo interno ci si trovi a fare i conti. Possiamo scappare in bagno e poi in cucina e poi in cantina (se ne si possiede una), ma arriverà il momento in cui con le nostre emozioni e con quelle dell’Altro dovremo fare i conti. In questi giorni sento spesso la frase “in questa situazione i nodi vengono al pettine”: forse è questo il valore (anche se spesso carissimo) di questa emergenza, che rende inevitabile, prima o poi, l’incontro con se stessi. Perché se pensiamo di farla franca sperando che la situazione sanitaria migliori in fretta, la prognosi attuale ci dice che possiamo metterci comodi e il mondo interno può ben sperare di essere, finalmente, preso in considerazione.