RUBRICA DELLA QUARANTENA, capitolo 5: “the hole in the whole”

Tra i nodi che vengono al pettine c’è l’incontro, inevitabile quanto frustrante, con la nostra limitatezza. Con il reale, con il difetto, con il “buco”, con l’Ombra, con la mancanza.

Chi ha figli lamenta la fatica di doverli intrattenere lavorando; chi non li ha lamenta la solitudine di non averli. Chi ha un figlio unico si rattrista al pensiero di quanto possa sentirsi solo; chi ha quattro figli si rattrista al pensiero di quanto possa patire ciascuno di loro a non poter rispettare i propri tempi e le proprie esigenze; chi ha un solo figlio si sente in colpa per non averne fatti altri tre, chi ne ha fatti quattro si sente in colpa al pensiero di non riuscire a dare a ciascuno di loro le attenzioni di cui avrebbero bisogno; chi ne ha uno si lamenta della fatica a essere l’unica fonte di attenzioni e risposte che il bambino non può cercare altrove, chi ne ha due si affatica perché le richieste di attenzioni si moltiplicano e non lasciano pace. Chi lavora da casa si sente in colpa di trascurare i figli e di imporre loro una vita frenetica assurda in cui i genitori si alternano, entrando e uscendo dalle stanze delle “call” come fantasmi, talvolta stremati; chi non lavora si sente sopraffatto dal peso della cura e dal non poter contribuire all’economia famigliare. Chi lavora da casa si sente in colpa di non poter essere di aiuto sul campo, chi lavora sul campo si sente in colpa nei confronti della propria famiglia la cui salute mette a repentaglio ogni sera tornando a casa; chi ha figli piccoli si rattrista al pensiero che perdano un pezzo importante della loro prima vita sociale; chi ha figli grandi si rattrista al pensiero di quanto perdano a livello scolastico. Chi ha figli piccoli pensa che la quarantena con bambini non autonomi sia la condizione peggiore; chi ha figli grandi pensa che sia ben peggio tenere occupato un adolescente piuttosto che un bambino ingenuo e inconsapevole. Chi vive in campagna ma lavora dieci ore al giorno davanti al pc si sente in colpa di non poter intrattenere i propri figli in giardino come sarebbe bello e salutare fare; chi vive in città si sente in colpa di avere optato per la comodità a discapito del contatto con la Natura; chi ha un cane si sente in colpa di non portarlo fuori abbastanza, chi lo porta fuori si sente in colpa di poterlo fare quando ci sono persone che il cane non ce l’hanno e che non possono uscire. Chi ha un partner ci litiga, chi non ce l’ha lo vorrebbe per poterci, almeno, litigare.

Qualunque sia la nostra condizione, in questo momento, possiamo vederne il limite e mettere in discussione noi stessi, le nostre scelte e gli altri. Non avendo possibilità di compensare con gli strumenti che di solito usiamo per equilibrare le cose (fare socializzare i figli unici, alternarsi nell’accudire tutti i figli in modo che nessuno di loro patisca la mancanza, andare in montagna/al mare/al parco i weekend se si vive in città, stare il più possibile all’aria aperta, stare con gli altri quando ci si sente soli, chiedere aiuto quando si è in difficoltà, etc) qui, in questi giorni siamo costretti a vedere i limiti della nostra condizione e ad accettare le cose per quelle che sono. Perché non è che possiamo porre rimedio nell’immediato alle cose che in questo momento non ci piacciono: i limiti insiti in ciascuna delle condizioni sopracitate rimangono tali che ci piaccia o no e anche se cerchiamo di cambiare le cose, in ogni caso, ci scontriamo con l’impossibilità di risolvere tutto. È possibile che questo ci esponga alla frustrazione, alla tristezza, alla colpa, alla rabbia, alla paura come molto spesso accade quando incontriamo il limite e di conseguenza, la nostra impotenza. Bella palestra di impotenza e di tolleranza della frustrazione, questa quarantena: ci mostra quello che non ci piace, quello che vorremmo fosse diverso e molto spesso ci obbliga a stare senza poter agire per cambiare. Ci costringe a incontrare il limite senza lasciarci via di fuga.

Il limite, però, de-limita. Nel suo definire ciò che è e quello che non è, esso ci mostra che la perfezione non esiste. Non esiste il tutto, l’assoluto, il pieno che non abbia un vuoto. In inglese questo è molto chiaro: ogni “whole” ha dentro di sé l’ “hole”. La nostra realtà è e sarà sempre parziale, mancante, limitata. Ci sarà sempre una ragione per cui la nostra condizione non ci soddisferà del tutto perché ci sarà sempre un angolo di visuale che ci mostrerà un vuoto. Un vuoto che potremo, certo, provare a colmare ma che non arriveremo mai a riempire del tutto perché sarebbe come cercare di rendere quadrato un cerchio. L’unica, quindi, forse è guardare il quadrato e il cerchio per quello che sono: forme diverse, ciascuna mancante di qualcosa, ciascuna a suo modo imperfetta. Concentrarsi su ciò che è, qui e ora, pur con le sue mancanze e con le sue imperfezioni, con i suoi buchi e con i suoi vuoti, significa vivere la propria vita, starci dentro e lasciarla scorrere per quello che è, non per quello che vorremmo che fosse. Significa scegliere di vivere il reale e non l’ideale, significa incarnarsi, abitare il proprio corpo (finito e limitato) ed esplorarne le potenzialità proprio dentro e grazie ai limiti. Significa vivere la propria limitatezza sfruttandone ogni metro quadrato, anziché osservare dalla finestra l’assoluto ideale. Significa ricordarsi di essere umani.

Possiamo scegliere senza essere colpevoli di ciò che scegliamo. Possiamo vivere senza sentirci colpevoli delle nostre mancanze. Possiamo essere sufficientemente buoni, anziché cercare, illusoriamente, di essere perfetti. E possiamo ricordarci che non c’è persona senza ombra, non c’è presenza senza assenza, non c’è forma senza limite, non c’è vita senza fine. Ma ci può essere nostalgia nella gioia, pienezza nel vuoto e luce nell’Ombra.