RUBRICA DELLA QUARANTENA, capitolo 6: “il corpo nel digitale”

Una delle cose che questa quarantena mi ha lasciato è una riflessione sulla comunicazione e sui suoi strumenti. In tempi di distanziamento sociale e impossibilità di vedersi di persona ho visto emergere, in modo più evidente e forte, la necessità di continuare a comunicare adattandosi a mezzi che prima potevamo considerare accessori. Perché, pur essendo nel 2020, quando la presenza fisica è possibile quella virtuale può non essere necessaria e, anzi, diventare faticosa. Tuttavia se guardiamo l’evoluzione degli strumenti di comunicazione (dalle chiamate vocali ai messaggi di testo, poi le chat di Whatsapp, poi i messaggi vocali, poi i video e le dirette) possiamo renderci conto che questa trasformazione, oltre a parlare del bisogno di velocizzare la comunicazione rendendola il più possibile immediata, dice anche del bisogno di darle un corpo: del bisogno, cioè, non solo di informare ma di conferire al messaggio una voce, un’espressione, una tonalità emotiva e una fisicità che lo rendano più efficace. Sembra che non basti più dire le cose ma che occorra anche accompagnarle fisicamente perché possano arrivare meglio: questo a conferma dell’importanza della comunicazione non verbale alla quale noi psicologi dedichiamo tante parole. L’importanza della prossemica, della mimica, del tono, del volume, della cadenza della voce è tangibile nei tanti video che popolano la rete. Un conto è sentire una voce, un altro è vederla: un conto è leggere “mi dispiace, ti sono vicino”, un altro è vedere l’Altro che ce lo dice guardandoci attraverso lo schermo. Perché? Perché il nostro corpo è espressivo, in quanto umano. Parla, comunica, svela, esprime ciò che pensiamo e sentiamo senza che necessariamente ce ne si accorga. È questo il motivo per cui la stessa cosa detta da una persona può suonare in modo molto diverso se detta da un’altra: perché è diverso il “mezzo” da cui il messaggio esce ed è diverso il destinatario a cui il messaggio arriva.  Se ricevo un messaggio scritto non ho la possibilità di cogliere l’emotività che sottende il messaggio ed è quindi possibile che fraintenda le intenzioni del mio interlocutore. Se, invece, quella stessa informazione ha una voce e magari anche un corpo, la possibilità di cogliere le intenzioni e le sfumature emotive è molto più alta e la comunicazione ne risulterà più completa. È per questo che apprezzo i messaggi vocali che umanizzano e restituiscono tridimensionalità allo scambio ed è per questo che durante la quarantena mi sono appassionata ad alcune dirette, perché mi permettevano di ricevere una comunicazione che non prescindeva dal corpo, mio e della persona che guardavo attraverso lo schermo.

Certo, c’è chi anche oggi rimane fedele alla carta e alle parole scritte (che rimangono fondamentali per la funzione immaginativa che permettono!), chi detesta i messaggi vocali, chi trova fastidiosi i video, ma i social media oggi testimoniano la sempre più diffusa tendenza di privilegiare il digitale dando corpo alle parole. Per me che ritengo imprescindibile il valore del corpo nella relazione osservare questa tendenza è una piacevole sorpresa. Certo, inizialmente magari abbiamo fatto fatica ad adattarci alle video chiamate che certamente non equivalgono agli incontri fisici ma, chi più chi meno, ci siamo anche resi conto che se l’alternativa era non vedersi allora è stato meglio vedersi dietro a uno schermo. Perché, seppur attraverso un monitor, il corpo ha la possibilità di esserci: c’è il movimento, c’è la prossemica, c’è la mimica e il corpo può comunicare pur stando in silenzio. Lo sanno bene i bambini che in questi mesi hanno avuto la fortuna di continuare a vedere i/le loro insegnanti in video che parlavano con loro, che sorridevano, che ridevano, che si meravigliavano dei loro progressi garantendo un’importante continuità affettiva. Lo sanno bene i nonni che hanno potuto vedere i loro nipotini muoversi, parlare e sorridere davanti all’obiettivo, magari anche scappare a fare altro, ma pur sempre vivi davanti ai loro occhi. Lo sanno bene i famigliari dei malati ricoverati nelle strutture sanitarie che hanno potuto salutare e intrattenere i loro cari grazie al video. Lo sa bene chi ha potuto dare l’ultimo saluto al proprio caro defunto grazie allo schermo. Lo sanno bene i pazienti che hanno potuto continuare a essere visti dai loro terapeuti. E lo sappiamo tutti noi che in questi mesi ci siamo trovati a coprire il nostro volto con le mascherine che ci hanno tolto molto della nostra possibilità di esprimere con il viso il nostro sentire, lasciandoci solo al potere dello sguardo a cui abbiamo affidato la nostra comunicazione.

Da psicoterapeuta tre mesi fa non ho potuto fare a meno di interrogarmi sul senso e sulle implicazioni di offrire la mia presenza attraverso un computer, cosa per me totalmente nuova, e grazie a questa esperienza digitale sono arrivata a pensare che la “video seduta” non prescinda assolutamente dal corpo come temevo: lo schermo mi permette comunque di vedere la persona, anche nella sua fisicità (cosa non scontata nemmeno in studio quando viene utilizzato il lettino e la posizione girata del paziente). Certo che la seduta on line non può essere equiparata completamente alla seduta vis à vis che offre la possibilità di un’esperienza relazionale “completa” nel qui e ora. Forse è inutile precisarlo ma lungi da me dire che le sedute vis à vis siano inutili: resto un’analista che ama la presenza, l’esserci nello stesso tempo e nello stesso luogo, il vibrare dei corpi che si muovono emotivamente nello stesso spazio, il calore umano, la percezione dell’energia che certi rapporti sprigionano, la mia stanza analitica, le due poltrone, la finestra che si affaccia su un bellissimo Nespolo, i sorrisi e le lacrime delle persone che mi vengono a trovare e gli abbracci delle colleghe. Dico però che il digitale non annulla l’intercorporeità. Personalmente sono riuscita a sentire vicine le persone che avevo al di là dello schermo, le ho sentite con me, talvolta le ho sentite avvicinarsi e altre allontanarsi. Le ho sentite rallentare, entrare, scendere. Le ho sentite scaldarsi e le ho sentite raffreddarsi. In alcuni casi le ho potute vedere più rilassate perché nel loro ambiente domestico. Talvolta le ho viste affaticate, altre volte le ho viste riposate e rilassate. Così come, a mia volta, anche io ho potuto vibrare con quello che vedevo e sentivo accadere nelle persone che avevo davanti: i loro corpi hanno sempre dialogato con il mio.

Recentemente ho sentito dire che con l’avvento dei social si è ridotta l’antisocialità “su strada”: io non credo che sia solo perché i giovani trascorrono più tempo sui social che “in strada”, o che sia perché sfogano lì la loro aggressività e quindi sono più tranquilli fuori. Io penso piuttosto che un grande contributo possa arrivare dal fatto che i social permettono alle persone di essere viste, cosa fondamentale e per molti affatto scontata nella vita “reale”.

Questa quarantena mi ha così regalato la consapevolezza che sia una grande opportunità quella di imparare a conoscere i linguaggi contemporanei e a usarli al meglio, valorizzandone le potenzialità anziché evitarli. Perché oggi il “virtuale” è più che mai reale.